Euridice e Orfeo: “Se mi ami e se ti ami, devi guardarmi!”. Queste le parole che Euridice rivolge ad Orfeo nel finale della tragedia che li vede protagonisti di questo spettacolo a dir poco disarmante. È andata in scena, infatti, presso il Teatro Bellini di Napoli la prima della rappresentazione di Euridice e Orfeo: si tratta di una rielaborazione in chiave moderna dell’autrice Valeria Parrella, per la regia di Davide Iodice, con Michele Riondino, Federica Fracassi, Davide Compagnone, Raffaella Gardon.

Gli artisti, sul palco a sipario aperto, attendono con il pubblico l’inizio dello spettacolo. Ai lati di uno scenario minimalista, alcuni strumenti musicali resteranno onnipresenti: musiche lente, lamenti e nenie accompagneranno tutte la piece.

Un personaggio, che compare prevalentemente come narratore esterno e che poco dialoga con i protagonisti, è Ermes, il quale assiste impassibile alla sofferenza di un Orfeo sopravvissuto alla sua amata Euridice.

Le riflessioni sul senso della morte sono centrali in questa rappresentazione: spesso infatti una voce fuori campo ripete le parole MORTE, MORTA, EURIDICE È MORTA, quasi come se si volesse spingere Orfeo, e tutta la platea, ad un’accettazione passiva della scomparsa. Quasi a voler imprimere quelle parole ben salde nella mente. E Orfeo, personificando la sorte di chi, vivo, resta tra i vivi, si interroga disperato: Sono degno di essere ancora felice? Ha un senso se tu non ci sei? La morte è questione di chi resta, non di chi parte.

Tutto lo spettacolo si giostra attorno a tre grandi monologhi, due di Orfeo e uno di Euridice. Quasi del tutto assenti i dialoghi in scena, sebbene nelle musiche molte sono state le parti a due voci tra i personaggi-musicisti presenti fin dal primo scenario della rappresentazione.

In questa rielaborazione contemporanea del mito dei due innamorati, si ha la sensazione di un Orfeo sofferente ma cosciente del dolore che la morte di Euridice provoca in lui: l’uomo forse avverte dentro di sé il suo destino prima che esso si compia? La vita scivola via, il quotidiano scorre imperturbabile di fronte alle sofferenze e ai dolori: la morte si insinua tra le sue pieghe e si insidia nel rapporto tra parvenza e realtà.

La vita è lieve. La morte è grave: la vita era questo sfocarti nel quotidiano.

Così Ermes accompagna Orfeo all’accettazione rassegnata della morte della donna: i suoi mille interrogativi, i suoi dubbi, le sue perplessità, saranno lavati via da sua madre Calliope con la cenere. Tuttavia, il grido di Orfeo “Io ho guardato me, non lei! Perché è scomparsa?” risuona ancora vivo nella mente. Accettare passivamente la morte non è cosa da poco.

 

Simona Pio e Maria Russo