Euridice e Orfeo rivivono oggi, ancora una volta, attraverso una delle innumerevoli interpretazioni di cui sono stati oggetto nei secoli. Si raccontano, si amano, si abbandonano in una storia più filosofica che reale, più psicologica che fisica, un racconto, quello propostoci da Valeria Parrella tramite la voce di Hermes. È una voce che affronta la devastazione della perdita in tutti gli aspetti che la compongono, quella fisica, spirituale, di completamento dell’animo. Orfeo si ritrova solo, Euridice è morta.

La regia di Davide Iodice ci accompagna passo passo attraverso i vari passaggi del dramma, della devastazione, della solitudine, dell’annientamento che causa l’elaborazione del lutto, la perdita della persona amata. Orfeo “si volta indietro”, con rispetto, canta la sua dichiarazione d’amore, canta la sua disperazione in un canto concertato, corale, un unico flusso sonoro così commovente da spingere Hermes ad aprirgli le porte degli inferi, una possibilità non concessa ai comuni mortali. Euridice è lì, più viva che mai eppure così irreale. La gioia, il tormento, la realizzazione della finzione accompagneranno Orfeo nell’accettazione del lutto, in quel bagno di ceneri, ceneri fredde, ceneri leggere, ceneri antiche dalle quali rinascerà a nuova vita la ginestra, Orfeo.

L’Euridice e Orfeo, proposto al Bellini durante il Napoli Teatro Festival e già inserito nella stagione 2015-2016, presenta una scena molto ricca che fa correre l’attenzione dello spettatore sui tanti dettagli, attraverso i sapienti echi, i ben strutturati movimenti (plauso a Raffaella Gardon), le musiche originali (di Guido Sodo) le sapienti interpretazioni di Michele Riordino (Orfeo), Federica Fracassi (Euridice) e Davide Compagnone (Hermes) che hanno reso onore con la loro arte al mito tra i miti.

 

di Lucia Granatello