Ciò che colpisce di Trilogia delle macchine, installazione- performance di Giuseppe Stellato, è l’efficacia teatrale di un racconto condotto in assenza di parole, di scene, di costumi e di attori, intesi come interpreti di un’azione drammatica. La narrazione si snoda attraverso tre episodi indipendenti, simili nella struttura e identici nella durata. Essi vedono al centro della scena una diversa macchina interagire col medesimo performer (Domenico Riso).
In Oblò è protagonista una lavatrice. Secondo una tensione crescente, al ritmo ipnotico del cestello che ruota, si sovrappongono giocose voci infantili che, annientate dal fragore di una bomba, lasciano il campo all’affanno di un bambino in fuga dalla guerra. Parallela avanza, come l’indicatore di scorrimento di un video sul web, una linea rossa che il performer dipinge da sinistra a destra su un diaframma tra platea e spazio scenico.
In Mind the gap c’è invece un distributore automatico di cibo e bevande collocato oltre la linea gialla di una generica stazione. Improvvisamente inizia a erogare oggetti e materiali legati ai migranti le cui voci, di sottofondo, si alternano e accavallano nel racconto delle proprie storie. L’azione si conclude con la cancellazione della linea gialla e l’alloggiamento del performer nell’apparecchio al posto della merce.
In Automated Teller Machine abbiamo uno sportello automatico. Nel corso di un banale prelievo di denaro, alla domanda formulata dalla voce automatica “desidera una ricevuta?” il meccanismo si inceppa e la macchina sputa una lunga e dettagliata lista di movimenti bancari fino a trasudare inchiostro nero. La rimozione del liquido ad opera del performer rivela che il monitor, presso cui abitualmente si compiono operazioni bancarie, altro non è che il mirino di un’arma da guerra pronta a centrare il suo obiettivo.
Le luci di Simone De Angelis per Oblò e Mind The Gap, e di Omar Scala per Automated Teller Machine, guidano impercettibilmente lo sguardo dello spettatore nello spazio di cui disegnano le forme. La musica e il sound Design di Franco Visioli e Andrea Gianessi, così come i contributi alla drammaturgia di Linda Dalisi per Mind the gap, riempiono l’atmosfera di suggestioni che conducono inevitabilmente a riflettere sulle contraddizioni del nostro tempo. Il singolare focus sull’interazione tra uomo e tecnologia consente al pubblico di intraprendere un viaggio alla ricerca di quell’umanità comune che sembra essersi apaticamente incantata dinanzi alla centrifuga di informazioni operata dalla rete (Oblò), svilita nella vetrina di un distributore alla mercè del primo compratore di passaggio (Mind the gap), adombrata nell’inchiostro di un sistema che traccia i movimenti di tutti, in un’illusoria percezione di libertà (Automated Teller Machine).
Maria Carla Curia
Master di II livello in Drammaturgia e cinematografia
Università degli Studi di Napoli Federico II


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