Diario di sé mette in scena il dramma umano e sentimentale di Anaïs Nin, scrittrice che, avendo intrapreso da bambina un percorso di autocoscienza, non ha voluto (o saputo) arrestarsi neanche di fronte alle verità più scomode, scottanti e immorali, e ha scelto di rivelare con brutale sincerità attraverso i suoi scritti le più profonde pulsioni che l’attraversavano, lacerandola, sempre fedele alla missione di sacrificare la propria intera esistenza sull’altare dell’arte.

Diario di sé – Il dramma umano e sentimentale di Anaïs Nin. Prendendo le mosse dalle pagine del diario che Anaïs ha tenuto per gran parte della vita, gli autori hanno rappresentato l’incontro che essa ebbe con suo padre Joaquín a Parigi nei primi anni ’30. Si trattò di un incontro di capitale importanza per la scrittrice, il cui rapporto col genitore – che l’aveva abbandonata quando lei aveva undici anni – rappresentò sempre un nodo irrisolto.

Il confronto tra i due personaggi assume i tratti della celebrazione reciproca di due intelligenze che, secondo una poetica di tipo decadente, tendono instancabilmente a far coincidere arte e vita. È soprattutto tramite la loro sessualità dominante e la loro arte (Joaquín era pianista e compositore) che i due hanno saputo sfidare la morale borghese, e naturalmente è questo il terreno su cui si misurano nel momento in cui si incontrano. Immediatamente i ruoli cominciano a confondersi: Anaïs vede Joaquín più che altro come un artista, quindi come un cercatore che si inoltra in terreni inesplorati e pericolosi, ed ha un senso istintivo di protezione nei suoi confronti, come farebbe una madre col figlio (è lo stesso sentimento che la lega ad Henry Miller). La dialettica padre-figlia è dunque completamente stravolta, e c’è piuttosto un rapporto di complicità e di identificazione tra i due. In un dialogo a tavola i due attori restano in silenzio e si sentono le loro voci registrate, quasi come se comunicassero telepaticamente. La complicità è tale che ogni personaggio legge, “bergmanianamente”, come in uno specchio la realtà della propria esperienza di vita nell’animo dell’altro (e la scenografia è composta principalmente da specchi).

Le conquiste sessuali dell’uno si confondono con quelle dell’altra, la carica erotica dei protagonisti li coinvolge a tal punto da ripercuotersi su loro stessi, da sempre abituati a seguire l’istinto e incapaci di dominare le proprie pulsioni sessuali. L’incesto è dietro l’angolo, la seduzione e il sesso sembrano essere il solo registro comunicativo tra i due. Anaïs è vittima di una volontà conoscitiva del proprio inconscio portata alle sue estreme conseguenze, la mancanza della figura paterna negli anni dell’infanzia (sottolineata da un video proiettato in apertura dello spettacolo) ha innescato in lei uno spirito di emulazione che la porta a possedere gli uomini, allo stesso modo in cui Joaquín usava possedere le donne.

Quando il rapporto incestuoso sarà consumato la protagonista darà sfogo a tutto il suo rancore nei riguardi del genitore, esprimerà il desiderio di restituirgli tutto il dolore che lui ha causato a lei, lo accuserà di averle impedito di vivere una vita normale, di averla condannata ad essere un’artista, un animale raro, straordinario, con un grado di consapevolezza superiore ma proprio perciò inquieto, tormentato, costantemente costretto a fare i conti con i propri demoni.

 

Daniele Cusani