Un colpo di tamburo che vibra in tutto il corpo. Una voce potente che richiama un antico istinto. Un ingresso acrobatico dall’alto di due fanciulle in bianche vesti. Ha inizio la più caratteristica danza popolare della nostra terra: la tammurriata. Dalle antiche origini greco-romane, questo forte e passionale ballo cantato ha attraversato i secoli e le religioni (dai pagani riti dionisiaci alle processioni dei fujenti) giungendo fino alla X edizione del Napoli Teatro Festival, dove Piazza del Gesù, blindatissima per l’occasione, diviene palco a cielo aperto per ospitare la performance di giovani energici danzatori, diretti dalle coreografie di Gennaro Cimmino, Emma Cianchi e Cosimo Alberti, e straordinari musicisti capitanati dal grande Marcello Colasurdo. Dal ritmo cadenzato di tammorra e castagnette ai movimenti convulsi degli arti e del busto che richiamano la gestualità popolare, lo spettacolo ha riportato in vita tutti gli antichi istinti a cui è indissolubilmente legata la tammurriata: la sensualità, il gioco, il conflitto, l’irrazionalità, l’istinto, ma anche il legame con la terra, l’idea di fertilità (aspetto, quest’ultimo, sottolineato, in particolare, da un coinvolgente Ciro Cascina che, rappresentando una sorta di vestale della Madre Terra, accompagna il ballo spargendo benefici grani di sale e petali di rose) e il lavoro contadino con i valori, le difficoltà e dolori ad esso legati, per cui la danza diviene violento e primordiale rito apotropaico. Sessanta minuti di encomiabile resistenza fisica dove si intrecciano religiosità e superstizione, rito e magia cui gli spettatori, piacevolmente rapiti, non staccano gli occhi se non per portarli verso l’alto e ammirare la danza aerea delle due ballerine che tornano sotto le vesti ora di dee pagane, ora di Madonne, omaggiate dalle più genuine e istintive forme di religiosità. Al termine della danza, quando il tamburo tace, il pubblico si allontana, come un tempo, con lo spirito purificato dagli affanni, portando ancora impresse negli occhi le immagini dei danzatori e nelle orecchie le note degli strumenti, che si rivelano in qualche distratto passo ancheggiante.

Brigida Esposito