Che cosa hanno in comune la grande tragedia shakespeariana e l’esilarante commedia sexy all’italiana anni ’70? Niente, direste voi. E invece, oggi, hanno trovato il loro comun denominatore in Luciano Saltarelli che, con Quel gran pezzo della Desdemona. Tragedia sexy all’italiana, ha portato in scena, al Bellini, un connubio originale e coraggioso tra i due generi. E se qualche purista shakespeariano potrebbe storcere un po’ il naso all’idea di contaminare un capolavoro della letteratura inglese con un genere tanto più popolare e commerciale quanto moderno, va considerato che Saltarelli è stato in grado di conservare e, forse, anche amplificare ciò che rende tale un classico: il racconto di sentimenti universali e quindi sempre attuali. Facciamo un salto nello spazio (da Venezia ci spostiamo a Milano), facciamo un salto nel tempo (ci troviamo tra gli ultimi anni ’60 e i primi anni ’70 del novecento), il valoroso generale moro diventa un infaticabile operaio del sud, il re Brabantio diventa un milanesissimo Brambilla, proprietario di fabbrica e padre di una Desdemona, principessa moderna in stile Paris Hilton. Rimangono però inalterati i sentimenti, veri protagonisti, che muovono l’azione: l’invidia del collega Jago che ambiva alla promozione a capo-reparto, ottenuta invece da Moro, e l’insana e offuscante gelosia di quest’ultimo, resa in maniera perfettamente suggestiva nella scena in cui vengono raccontate le tormentanti immagini del presunto tradimento che occupano la mente di Moro e che prendono vita, davanti agli occhi del pubblico, su uno schermo posto alle spalle degli attori, merito di Lino Fiorito e delle luci di Pasquale Mari. Elemento imprescindibile viene ad essere proprio questo schermo in quanto, volendo lo spettacolo richiamare lo stile e il linguaggio cinematografico, sopperisce alle chiare mancanze tecniche attraverso la proiezione delle numerose scene d’interni ed esterni che si susseguono alternativamente. Quando poi Jago invita Moro ad andare a vedere un film per avere l’occasione di instillare in lui il dubbio, ecco che prende forma la bellissima idea di portare letteralmente un cinema in un teatro. Eccezionale l’intero cast che ha saputo riproporre esattamente lo stile e il carattere della commedia sexy all’italiana: dal lessico arricchito da intercalari e coloriture dati dalla commistione di dialetti, alla caratterizzazione dei personaggi come lo sciocco che viene puntualmente raggirato dal compagno o il “cavaliere” donnaiolo ridicolizzato da un imbarazzante problema fisico. Geniale anche l’idea di sostituire il famoso fazzoletto con le mutande rosse che, dalla prima all’ultima scena, hanno marcato lo svolgersi dell’azione, soprattutto in virtù della maledizione che le accompagnava, lanciata all’inizio dalla madre di Moro, personaggio che, più che dall’Otello, sembra preso in prestito dal Macbeth, con le sue profezie e sogni premonitori. Unico neo, la comparsa improvvisa, alla fine, di un richiamo al personaggio di “Pierino” che dà l’idea di essere stato chiamato in causa a forza.

Brigida Esposito