Nell’ambito di Napoli Teatro Festival 2015, durante le serate del 24 e 25 giugno al Teatro Nuovo, viene portato in scena un tema quanto mai attuale, una forma di violenza a cui il mondo occidentale sembra, apparentemente, estraneo. La pièce, dal titolo “Chiudi gli occhi”, è dedicata ad un fatto di cronaca proveniente dal mondo islamico, avvenuto più di dieci anni fa e protrattosi fino al 2011: la vicenda di Ameneh Bahrami, sfigurata e accecata per aver respinto il pretendente e poi carnefice, Majid Mohavedi. La vicenda è semplice ma sconcertante, terribilmente frequente in Iran, il paese in cui è accaduta. Nel 2004 la giovane ventiseienne, studentessa di ingegneria elettronica, viene sfigurata e resa cieca con dell’acido solforico unicamente per avere rifiutato un giovane che la chiedeva in moglie, ma che la conosceva a malapena.

L’apertura del sipario rende visibili in scena delle strutture verticali, composte da sedie posizionate l’una sull’altra, e un orologio alla parete, che accompagnerà l’intero spettacolo con il suo inquietante ticchettio. Inaspettatamente la platea, in un’atmosfera molto raccolta, trova sulla scena dei personaggi che non sembrano coinvolti nella storia di Ameneh e uno di essi sale sul palco passando direttamente tra le poltrone in sala.

La vicenda rappresentata si sviluppa tre anni dopo l’accecamento di Ameneh e ha luogo a Barcellona, città in cui la vittima si era sottoposta a una serie di interventi di chirurgia plastica. Nel 2007, difatti, la giovane, che si era appellata alla Shari’a, ottiene, con regolare processo, l’accecamento di Majid. Secondo la legge del taglione, infatti, è possibile che un torto subito sia inflitto nella stessa misura all’autore del crimine. La coraggiosa decisione di Ameneh mette il mondo occidentale di fronte ad una situazione del tutto inusitata: è giusto decretare l’accecamento di una persona perfettamente sana? È questo quesito a tirare in ballo i personaggi sul palco, tra scontri verbali, fisici, torture psicologiche e analisi introspettive. Essi incarnano punti di vista differenti, rappresentano le riflessioni degli europei di fronte alla scelta di Ameneh e dimostrano la loro opinione con ragionamenti razionali, intrecciando a questa ricercata oggettività tutta l’emotività dovuta alle personali esperienze di vita.

Il primo personaggio che appare in scena, Xavier, in nome dell’Associazione contro le pene corporali, si ostina in tutti i modi affinché Majid non venga accecato e crede di avere dalla sua parte un amico che conosce molto da vicino le leggi islamiche per le sue origini ed i suoi studi, Abu Medin, magrebino immigrato in Francia e marito dell’affascinante Annie. Il fil rouge dello spettacolo è rappresentato da questa sottesa, ma onnipresente metafora della vista: tutti i personaggi  indossano occhiali o manifestano difficoltà visive. La loro miopia non si configura solo come un’anomalia refrattiva, ma come impossibilità di vedere chiaramente e nitidamente la soluzione del caso.

Dal pubblico si passa al privato con una serie di bruschi cambiamenti: la vicenda di Ameneh e Majid subisce un “processo privato”, attraverso il confronto tra Abu Medin e Xavier, che, per formulare il loro giudizio, tirano in ballo una serie di esperienze personali. Temi drammatici si mescolano e confondono con il contenuto principale: la maternità mancata e agognata, la differenza di estrazione sociale, la diversità di pensiero, la poligamia concessa nel mondo islamico, irrompono e coinvolgono gli spettatori. L’entrata in scena della figura di un medico genera un momento di alta drammaturgia, con un lungo monologo dedicato alla potenza dello sguardo, a volte indiscreto e mendace. Per un estremo paradosso, alla fine dello spettacolo, Abu Medin verrà accecato da sua moglie: il gesto crudele e assurdo di Majid si ripete per mano di una occidentale come Annie, che mostra palesemente, in questo modo, il labile confine tra i due mondi: l’uno, che per principio si propone come detentore della verità e del raziocinio, e l’altro, invece, considerato retrogrado e arretrato. Un finale “in sospeso” per un tema che, nel quotidiano, non ha ancora le dovute risposte e soluzioni.

 

 

Micol Desiderio

Jessica Petacca