È il più breve tra tutti i lavori teatrali di William Shakespeare (appena 1770 righe): “Una commedia di errori” o “La commedia degli equivoci” è stata scritta probabilmente nel 1589, quando il più importante drammaturgo che la storia ha conosciuto aveva appena 25 anni.

L’archetipo del doppio sperimentato da Plauto nei Menecmi con la figura dei gemelli e nelle Bacchidi (altra commedia plautina) con l’omonimia tra due donne viene ripreso dal Bardo che, combinando le due commedie plautine, mette in scena un’esilarante spettacolo sulla doppia identità, una sorta di clonazione ante litteram

La riscrittura, per il Teatro Bellini di Napoli, porta la firma dei Punta Corsara (Marina Dammacco, Emanuele Valenti e Gianni Vastarella) che ambientano la scena nel più ambito porto di mare del primo Novecento, ovvero quello di Ellis Island, dove tra la familiarità di Little Italy e gli sfizi di China Town, i protagonisti si combinano senza, però, incontrarsi. Ecco, allora, due Toni Capanera, fratelli, gemelli, omonimi, ciascuno con un aiutante al seguito, anch’egli con un gemello omonimo, quindi due Mimì Petrosino. Nessuno dei quattro sa però dell’esistenza del proprio sosia in città e come se ciò non bastasse a confondere le identità, ogni coppia di gemelli veste allo stesso modo.

Nonostante gli equivoci e i paradossali incontri, ognuno accetta ciò che accade come se nulla vi fosse di strano, come se si potesse improvvisamente saltare nella vita di un altro senza accorgersene e magari viverne un pezzo. Proprio come quando uno dei due Toni Capanera va a letto con la moglie del fratello gemello mentre lei pensa di stare con suo marito, scena ereditata da un’altra commedia: l’Anfitrione sempre di Plauto, in cui il commediografo romano racconta che Giove si finse sosia di Anfitrione per andare a letto con l’ignara moglie.

Divertente e spassosa la resa in scena, tra discorsi in inglese con accento napoletano, e la ritmica veloce del charleston (musiche originali di Giovanni Block). Geniale la trovata di utilizzare due botole come tombini: porte del sottosuolo, proprio come la città gemella di Eusapia, immaginata da Calvino nel libro “Le città invisibili”, i personaggi possono così vivere a diversi livelli nella stessa città: ennesima rappresentazione del doppio.

Giovanni Negri