Una “prova d’attore” davvero notevole per Giovanni Carta che con il suo A testa sutta (che ne cura anche la regia), in scena a Palazzo Reale, Cortile delle carrozze, in occasione del Napoli Teatro Festival sezione Osservatorio, si destreggia magnificamente in uno stupendo dialetto siciliano.
Ambientato, dunque, in Sicilia e tratto dal testo omonimo di Luana Rondinelli, con il supporto di luci e musica rispettivamente di Massimo R. Beato e Massimiliano Pace, l’attore interpreta i protagonisti: due bambini, opposti ma complementari, U binnu, bambino biondo e occhi azzurri affetto dal “candore del cuore” e suo cugino, nero con gli occhi neri, mafiosetto del quartiere, crudele, che però si fa carico della fragilità del cugino.  Chi racconta, in realtà, è Giovanni, quello “abbabbasunato”, ormai adulto, cresciuto da solo perché il cugino è morto da bambino proprio a causa sua, per intervenire insua difesa.
Tra le palazzine popolari di una zona abbandonata di Palermo, dove lo spettatore percepisce la confusione di traffico e bambini, i due protagonisti giocano principalmente a nascondino, gioco che Giovanni non ama particolarmente per la paura di girarsi al dieci e non trovare nessuno, infatti arriva soltanto fino a sei.
La scena  è totalmente vuota e nera, fatta eccezione per una cassapanca rettangolare (nera) al centro, che l’attore sposta a proprio piacimento a “servizio” del personaggio da interpretare. In particolare la usa mentre i due giocano, come oggetto-perno dei loro giochi, e soprattutto quando il “candido” si stende “a testa sutta”, appunto, e chiama il cugino per dirgli che “il mondo visto da così è più bello”. E proprio da questa posizione che, però, Giovanni, sul finale, si toglie la vita perchè è ormai assente da molto tempo, quella sua metà forte.
Un’opera che tocca il tema della diversità delicatamente, facendo in modo che anche chi apparentemente sembra cattivo, in realtà entri nel cuore dello spettatore.

Monica Todino