Al Teatro Nuovo di Napoli è andato in scena l’8, il 9 e il 10 giugno lo spettacolo Bianco su Bianco, scritto e diretto da Daniele Finzi Pasca. Helena Bittencourt e Goos Meeuwsen sono gli eccezionali interpreti di questa performance tragicomica dalle tinte surreali e dolcemente malinconiche.

Bianco su Bianco: gli eroi di Finzi Pasca. Mentre gli spettatori prendono posto, il sipario è già aperto rivelando una scena, opera di Hugo Gargiulo, costituita da lampadine sorrette da aste, una “Firefly Forest” (foresta di lucciole), e da un abito bianco che contrasta con il fondale scuro. Un attore si aggira sul palco col viso coperto e completamente vestito di nero. Si sente un lieve scrosciare d’acqua. Comincia, poi, con la rottura della quarta parete, la narrazione condotta da un’attrice e da un tecnico di scena che trascinano il pubblico nel mondo dei ricordi. La storia di Ruggero, bimbo maltrattato dal padre, che non riesce a sorridere e si aspetta una “fregatura” dietro ogni gentilezza, coinvolge gli spettatori i quali apprezzano lo sviluppo dolcemente comico della performance. Le emozioni che i protagonisti vogliono trasmettere col racconto, intervallato da acrobazie, siparietti comici, clownerie e brevi motivetti cantati dal vivo, necessitano di una nuova terminologia: le parole, mal adoperate, hanno perso la loro “lucentezza” e non sono in grado di esprimere “il vuoto di dentro che è specchio del vuoto di fuori”. La magia della rappresentazione prosegue, mostrando il balsamo per le ferite di Ruggero: l’amore. È la serenità, fornita da una relazione autentica, a restituire il sorriso a quel bambino, ormai adulto, incapace di capire e mostrare la felicità. Nella conclusione è proprio Ruggero che cerca di far sorridere l’amata Helena con l’ausilio di una testa di ippopotamo.

Gli attori rapiscono il pubblico, rappresentando con estrema eleganza una storia che parla di “vuoti bianchi” da colmare e parole nuove da inventare. Ogni movimento è efficacemente pensato per allentare la tensione della storia, così come le acrobazie rispecchiano quelle che, metaforicamente, gli eroi perdenti e tutti gli uomini si trovano ad affrontare nella vita. Questi eroi fragili sono sempre in bilico, bisognosi di dare fiducia al prossimo che tende loro la mano al fine di stabilizzare il proprio precario equilibrio. Goos dichiara in un suo monologo: “Siamo di cristallo perché siamo fragili. Ci possiamo spaccare con nulla, finiamo sempre per riempirci di crepe”.

Lo spettacolo si configura, inoltre, come una riflessione sul teatro stesso. Vengono, infatti, mostrati al pubblico semplici gesti scenici. Il tutto riesce grazie a un abile gioco di luci: le lampadine si accendono e si spengono attraverso un solo gesto degli interpreti e diventano, così, protagoniste della storia. Le luci spente simboleggiano i tanti vuoti di ciascuno di noi: i vuoti non aspettano altro che essere riempiti da emozioni, affetti puri, bianchi e quindi autentici. La rappresentazione termina con il pubblico acclamante: un successo meritato.

 

Anna Mazzagatti