Teatro Nuovo. Uno spettacolo scritto con i detenuti del carcere minorile di Airola, con Giuseppe Gaudino, Adriano Pantaleo, Veronica Montanino e Salvatore Presutto, per la regia di Emanuela Giordano.

Quattro attori, un’altalena e 50 minuti per confermare e sconfessare una tesi: le favole sono morte. Una fata turchina e un grillo parlante, speranza e coscienza per antonomasia, appaiono in scena smarriti e disillusi, sopraffatti dalla difficile realtà dei fatti, la dura condizione dei due personaggi detenuti, ben diversa da quella della loro favola. Fata e grillo assolvono perfettamente al loro compito di guida, stimolando alla riflessione gli altri due su svariati temi, dalla condizione della donna alla gelosia, dalla malavita passata alla ricerca di un riscatto presente. Un confronto che serve a ricomporre tutti i pezzi e a dare il giusto significato a concetti come la giustizia, l’amore e la speranza, per ridare dignità alle parole che si usano, scongiurando il rischio di incorrere in nuovi errori.

Efficaci, più dei monologhi, i rapidi scambi di battute, spesso comiche, e i momenti di sincronia degli attori che creano un ritmo cadenzato e avvincente, culminante nel rap dei due ragazzi. Le luci illuminano la sala per favorire l’interazione con il pubblico, che si fa coinvolgere battendo le mani a tempo di musica. È la volontà di ripartire che necessita della partecipazione attiva del pubblico: è una richiesta di fiducia per sentirsi accettati e potersi reintegrare positivamente nella società. Molto significativa è la presenza dell’altalena in scena che, dondolando su e giù, simboleggia tutte le contraddizioni dello stato di chi, costretto in carcere, cerca di migliorarsi e si scontra con la fragilità degli strumenti che gli vengono offerti per riuscirci.

Tutto quello che viene chiesto è una possibilità concreta e reale da opporre all’inconsistenza di chiacchiere vuote e promesse disattese per evitare che la vita dei detenuti sia un’altalena che oscilla tra l’illusione e la delusione. Meglio di mille parole, è il non detto del volto degli attori che simula un effetto rallenty , tra un dialogo e l’altro, che riesce a restituire l’immagine di quanto sia estenuante abitare in un tempo sospeso.

Un’eterna attesa la loro su cui, però, aleggia la speranza che un giorno possa finire. “E speramm!”

 

di Angela Bottigliero