Il teatro di Shakespeare è la rappresentazione delle passioni e di tutti i conflitti che ne derivano, il suo Macbeth amplifica queste cruente pulsioni tanto che è il male a dominare su personaggi complessi e ambigui. Così Abitare la battaglia (conseguenze del Macbeth), grazie alla drammaturgia di Elettra Capuano, rappresenta l’apoteosi della più feroce lotta che la coscienza deve sopportare: la battaglia scatenata dai sentimenti umani. Lo spettacolo, in scena alla Galleria Toledo nell’ambito della Sezione Italiana del Napoli Teatro Festival Italia, per la regia di Pierpaolo Sepe, si apre in uno spazio vuoto, in una scenografia essenziale quanto inesistente, sotto il gradevole gioco di luci realizzato da Marco Ghidelli e animata da corpi che più di tutto divengono con i loro movimenti continui e acrobatici protagonisti nel battlefield del Macbeth scespiriano riletto da Sepe. Ed è proprio la ricerca, da parte dei sei attori ed un’attrice, del contatto visivo col pubblico ad aprire il sipario di quella che sarà una danza, inizialmente meccanica e ripetitiva poi sempre più affannosa, in un climax ascendente di movimenti, curati da Valia La Rocca, che rappresenta tutte le sfumature dei sentimenti dell’uomo, dal desiderio di potere e vendetta a quello carnale che toccherà le note della più spinta fisicità. Il dominio del corpo giustifica non solo i pochi elementi di scena, selezionati da Cristina Gasparrini, che affida agli attori una testa d’orso, una corona, un paio di scarpe col tacco, alcune asticelle di legno e dei palloncini, ma anche gli essenziali costumi, curati da Alessandro Lai, che lasciano intravedere il forte dispendio fisico cui gli attori sono sottoposti in questa battaglia fuori e dentro se stessi. Pochi suoni, qualche musica selezionata ed una canzone francese nel finale, accompagnano il movimento degli attori che a tratti pronunciano frasi in inglese, poco comprensibili, in un campo di battaglia in cui Sepe vede le parole come ultimo strumento comunicativo. Tutto ciò diviene il privilegiato mezzo di trasmissione del godimento del peccato, che il teatro mostra senza filtri morali. Meritato l’applauso finale agli attori Federico Antonello, Marco Celli, Paolo Faroni, Noemi Francesca, Biagio Musella, Vincenzo Paolicelli, Alessandro Ienzi che grazie alla loro giovinezza e capacità artistica hanno saputo muoversi agilmente sul palco, trasmettendo nei gesti e attraverso l’espressività del volto il dissidio interiore.
LORENZA CUOMO
Master in Drammaturgia
Università degli Studi “Federico II”


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