Opera del drammaturgo valenciano Rodolf Sirera Turó, per la regia di Pino Micol, con Franco Castellano ed Emanuele Morgese, Il veleno del teatro ha aperto il cartellone salernitano del Napoli Teatro Festival Italia al Teatro Verdi.
L’incontro-scontro tra i due protagonisti della messa in scena diviene, durante lo svolgersi della rappresentazione, una sorta di contraddizione in termini. Si passa da una comunicazione unidirezionale, allorquando il giovane attore Gabriel De Bonnant interroga il camaleontico servo, che sembra trovarsi in uno stato di dissonanza cognitiva, intento ad accendere una serie di candele, per illuminare la spettrale stanza, ad una comunicazione bidirezionale, introdotta prima dal gesto di deferenza col quale il servitore porge all’ospite un bicchierino di un pregiato ed aromatico vino di Cipro, e poi dalla rivelazione della vera identità da parte del “falso domestico” al giovane Gabriel, fino al tragico epilogo dello spettacolo, quando la comunicazione ritorna ad essere unidirezionale, nel momento in cui il marchese, in una sorta di straniamento poetico ed artistico, si rivolge, con ammirata attenzione, al corpo esanime e scomposto del “consumato” attore.
La rappresentazione sembra far propri i precetti watzlawickiani: la comunicazione è influenzata dal contesto e consiste in una relazione, realizzandosi indipendentemente dalla comprensione. Una relazione che i due poli opposti della comunicazione, da una parte il servo/marchese, dall’altra l’attore, sembrano rifiutare dall’inizio alla fine della messa in scena e che solo “il veleno del teatro” può rendere reale ed autentica. Una “comunicazione fluida” che attraverso un atto del committente deve entrare nel corpo e nell’anima dell’attore, affinché la sua recitazione possa identificarsi con la sua esistenza. Perché, come afferma il marchese, «la recitazione non è quella “in versi” di Racine, ma deve essere vicina al “mito del buon selvaggio” di Rousseau, in cui un uomo senza impedimenti possa dare libero sfogo alle sue depravazioni e ai suoi più intimi sentimenti». In tal guisa, «dobbiamo trascinare sul palcoscenico le nostre miserie, le nostre angosce, le nostre paure». Solo l’ebbrezza, procurataci dall’assunzione di un liquido che scorre e agisce nel nostro corpo, può portare a compimento questo autentico capolavoro dell’espressione teatrale. Il marchese comunica all’attore che il suo scopo è quello di «rappresentare la morte di Socrate, ma la dipartita del filosofo ateniese è solo un pretesto». Il nobiluomo è interessato, in realtà, al «processo della sua morte». «Bisogna morire con i personaggi che si interpretano, sentire con loro il nostro intimo trapasso, in un’epoca di razionalismo e di stupidità».
Tuttavia l’attore ancora non comprende il “lavoro” che il marchese vuole commissionargli, asserendo di voler soddisfare, in ogni caso, ogni sua richiesta. Gabriel inizia la recita, che resta “recita”, mantenendo quelle “piccole differenze” che fanno sì che ogni nuova rappresentazione, anche se apparentemente identica – in quanto porta in scena lo stesso soggetto e lo stesso copione – sia sempre diversa da quella precedente. Il marchese non gradisce la messa in scena, perché vuole fare della sua opera un «esemplare unico». Nel frattempo, il giovane interprete inizia a barcollare e ad accusare sintomi di malessere. Il liquoroso vino di Cipro sta facendo effetto sul corpo e sulla mente dell’attore. Gabriel, dapprima si scaglia in modo furente contro il marchese, ma poi ricattato da quest’ultimo, inscena un “nuovo atto” della sua morte. Il marchese gli mostra un antidoto prodigioso che lo guarirà e che gli sarà somministrato solo se rappresenterà degnamente la sua morte. In tal modo, Gabriel potrà aver salva la vita ed ottenere anche un lauto compenso. L’attore dà il meglio di sé e si esibisce in una rappresentazione più credibile della sua morte. Finalmente il marchese gli consegna il taumaturgico intruglio che lo rimetterà in forze, annientando gli effetti del “veleno”. “Colpo di scena”: l’antidoto è il veleno e il vino liquoroso altro non era che una bevanda drogata, atta solamente a stordire e ad annebbiare i sensi. L’attore si ritrova in ceppi e agonizzante. Solo ora si sta compiendo la «vera recita della morte», in quanto la precedente interpretazione era esteticamente pregevole, ma non autentica, perché l’attore era sotto il ricatto del marchese.
“Il veleno del teatro” ha fatto il suo corso e «gli spettatori devono stare quieti ai loro posti. Tutti devono rispettare un rito».
Fiorentino Palumbo


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