La bottega del caffè è una commedia in tre atti, tra le più conosciute di Carlo Goldoni, rappresentata, in occasione del Napoli Teatro Festival, al Mercadante l’8 ed il 9 giugno, grazie alla regia di Maurizio Scaparro. Il regista mette in scena personaggi veri, realistici, tipici di una certa borghesia del Settecento, con tutti i vizi sociali loro caratteristici. Non più elogio di maschere, né scene cariche tipiche di una certa commedia precedente, nessun linguaggio artificioso, sboccato, volgare, anzi.

La scena è tutta incernierata intorno alla bottega, fulcro della commedia, nel centro della piazza, luogo ideale d’osservazione frequentato da clienti abitudinari e di passaggio, ed è incentrata in un unica giornata del periodo di eccellenza a Venezia, il Carnevale, dalle prime luci dell’alba sino al tramonto.

La commedia è caustica e graffiante nella sua banalità, resa tale da un primo attore, o protagonista che dir si voglia, Don Marzio (Pino Micol), nobile napoletano (in cui qualcuno sembra immaginare il Goldoni stesso), maldicente, malalingua, protagonista al tempo stesso, che dà senso a tutto il percorso narrativo.

Come suo opposto troviamo Rodolfo (Vittorio Viviani), il proprietario della bottega, che si contrappone appunto a Don Marzio con il suo equilibrio, la sua saggezza, la sua generosità, pronto a far del bene a tutti. Tra gli altri personaggi troviamo Eugenio (Manuele Morgese), il malaccorto, lo sventato, marito di Vittoria (Angela Robustelli), che la trascura, preferendole il gioco delle carte, e tale Pandolfo (Ezio Budini), proprietario di una casa da gioco, truffatore, lestofante ed usuraio.

Inoltre ci sono Flaminio (Ruben Sigillo),finto nobile, che si fa chiamare Don Leandro, ma che in realtà è un baro, e Placida (Carla Ferraro), moglie di Flaminio, dallo stesso abbandonata in quel di Torino. Personaggi “minori”, ma non troppo, sono la povera ballerina Lisaura (Giulia Rupi), pronta a sposare Flaminio, non sapendo che lo stesso fosse già sposato, e il suo garzone Trappola (Alessandro Scaretti).

Il lieto fine è un classico goldoniano, grazie a Rodolfo ed al suo garzone, con il “cattivo” Don Marzio isolato, accusato di spionaggio e diffamazione, abbandonato da tutti, che è costretto a lasciare la città.

Gli attori si sono perfettamente immedesimati nei propri ruoli, rendendo con la loro interpretazione la commedia goldoniana godibile, fruibile, convincente, anche grazie all’accompagnamento di una piacevole musica. Su tutti, probabilmente, un Vittorio Viviani in piena forma nei panni del saggio caffettiere, attento al guadagno, attento a tenere a bada il suo garzone, ma anche attento ai problemi ed ai bisogni dei suoi clienti. Sullo sfondo una suggestiva scenografia, che riproduce una piazzetta veneziana sulla quale si affacciano la bisca, la locanda e la bottega del caffè.

Tutti gli “inciuci” della bottega del caffè – Una commedia semplice nella scrittura, nella lingua, nei personaggi di una borghesia fatta di gente comune, dove probabilmente la semplicità stessa porta a decretarne il successo, col classico duo del buono e del cattivo che si contrappongono (Don Marzio e Rodolfo) e un lieto fine che malamente cela una certa moralità. Che troviamo anche, forse con una certa amarezza, nella condanna del gioco d’azzardo, condanna attuale ancora oggi di una piaga che affligge i ceti più deboli.

E, ancora, quel gusto per il pettegolezzo, “l’inciucio” come si dice nei vicoli adiacenti al Mercadante, brutto vizio oggi amplificato e reso globale grazie alla moderna versione del lato brutto della “bottega”, il salotto televisivo dei talk show. Insomma, uno spaccato vivace ed incisivo dei vizi e delle virtù di una società senza tempo, allora come oggi più attenta all’apparire che all’essere, grazie ad un tema attuale più che mai.

 

 

Filomena Izzo