di Daniela Campana, Master in Drammaturgia e Cinematografia – Università degli Studi di Napoli Federico II
Soffia un vento mesto, tenue e doloroso e porta con sé Edipo. Inizia così l’Edipo a Colono riscritto da Ruggero Cappuccio e portato in scena dal regista lituano Rimas Tuminas, direttore del Vakhtangov (il più grande teatro di Russia), dal 27 al 29 giugno, al Teatro Grande di Pompei.
Edipo, ormai mendico e cieco, dopo un lungo peregrinare insieme alla figlia-sorella Antigone arriva a Colono, nei pressi di Atene: qui secondo l’oracolo concluderà la sua vita. Gli abitanti del luogo, conosciuta la sua identità, vorrebbero allontanarlo, ma il re di Atene, Teseo, gli accorda ospitalità e protezione. Arriva anche Ismene, figlia-sorella di Edipo, e annuncia la discordia dei fratelli Eteocle e Polinice che lottano per il dominio di Tebe. Giunge allora quest’ultimo nel tentativo di ingraziarsi le simpatie del padre-fratello – secondo un oracolo la vittoria sarebbe stata di chi si fosse assicurato l’appoggio paterno – ma viene scacciato da Edipo, che dopo poco morirà.
Se Ruggiero Cappuccio descrive la tragedia sofoclea come il più alto paradigma poetico del dolore, poiché da essa emergono le radici di tutta l’espressività dell’angoscia cui ha dato vita l’arte occidentale, Tuminas trasla sulla scena l’Edipo a Colono del drammaturgo napoletano come una “disperata euforia”. Il regista lituano, infatti, ce la pone di fronte come una tragedia eterna, in cui ad emergere è la continua agitazione che porta con sé Edipo – dopo aver scoperto di aver ucciso il padre Laio e di essere figlio della sua stessa moglie – il quale sa che solo la morte può essere, per sé e per la sua stirpe, liberazione.
Claudio di Palma esprime tutta la tribolazione e la consapevolezza del re mendico e ci restituisce un’interpretazione perfetta, fatta di efficienza corporea, linguistica e vocale. Ad accompagnarlo un ensemble di attori di grande bravura: Marina Sorrenti (Antigone), Fulvio Cauteruccio (Creonte) Franca Abategiovanni (Capo Coro), Giulio Cancelli (Polinice), Davide Paciolla (Teseo), Rossella Pugliese (Ismene), e Nicolò Battista, Martina Carpino, Cinzia Cordella, Simona Fredella, Gianluca Merolli, Enzo Mirone, Francesca Morgante, Erika Pagan, Alessandra Roca, Piera Russo e Lorenzo Scalzo (Il Coro).
In un’ambientazione sospesa nello spazio e nel tempo (affidata alla creazione di Adomas Jacovskis), in cui una torre incastellata come un «cerchio di morte dell’oblio» sovrasta la scenografia, la riscrittura ritmica (la lingua usata è in prevalenza il siciliano con delle intercessioni di napoletano) di Cappuccio è esaltata dalla regia di Rimas Tuminas che lascia erompere la forza del testo classico in uno spettacolo a più voci: quella ormai consapevole di Edipo; quella filiale di Antigone; quella mite di Ismene; quella fiera di Teseo; quella capricciosa di Polinice; quella prepotente di Creonte; e infine quella polifonica del coro.
Rimas Tuminas ci regala uno spettacolo metafisico, improntato sul perturbamento spirituale, in cui corpo e voce, suono e ritmo, movimento e creazione corporea ne sono il cuore pulsante.
Coinvolgente il finale che viene dedicato alla memoria di Eimuntas Nekrosius (regista lituano di fama internazionale scomparso lo scorso novembre), a conclusione di un rito funebre in cui Edipo è ricoperto dalle calzature di tutti i personaggi, simbolo della sua sepoltura.


![CTF25_2560x500-px[34]](https://campaniateatrofestival.it/wp-content/uploads/2025/03/CTF25_2560x500-px34.jpg)
![CTF25_1200x558-px[52]](https://campaniateatrofestival.it/wp-content/uploads/2025/03/CTF25_1200x558-px52.jpg)